La XX Maratona di Ravenna di Andrea Gabbon

//La XX Maratona di Ravenna di Andrea Gabbon

La XX Maratona di Ravenna di Andrea Gabbon

E sei sulla griglia di partenza e ripensi ai lunghi, alle ripetute ed al sogno della precedente notte.

Dovevi fare gli ultimi 10km di allenamento, ma piove. Ti svegli, tendi l’orecchio e sospiri. Non piove, posso uscire per l’ultima seduta. Ed invece poi connetti… Quella maratona la devi correre tra poche ore.

Tante magliette colorate aspettano il via. Il nostro gruppo improvvisato di 3 Cavalli è lì pronto, o così si spera.

Narciso al suo esordio, il più entusiasta di tutti. Annalisa con la sua testa dura e la voglia di rivincita. Ed io… Che ancora non avevo ben capito cosa ci facessi lì se non per sfamare la mia voglia di correre fino a non averne più.

Gli altri compagni Cavalli, un po’ più avanti, sono nervosi e gasati, pronti per la più scattante mezza maratona.

La nostra griglia è così distante dalla partenza che nemmeno sentiamo lo sparo. Capiamo che il viaggio stava per iniziare dai palloncini che salivano in cielo.

Impostiamo la velocità di crociera. Ogni tanto si sfora ma, orologi sott’occhio, correggiamo prontamente l’andatura.

Dopo un primo tratto nel centro storico di Ravenna, il primo “vaga e vegna” ci fa incrociare i compagni di squadra. Chi contento e chi, purtroppo, un po’ meno.

I nostri muscoli si comportano bene, anche le ginocchia non danno tanti segni di affaticamento. Una roba giusta. Ci si allena anche a questo, a convivere con le proprio magagne, accettarle e superarle. Non è così anche nella vita di tutti i giorni?

Si parla un sacco, tanti sorrisi. Ricordo agli altri: “Dopo il 30esimo il suono delle nostre voci non sarà più così presente”.

Intanto noto con grande piacere che il popolo maratoneta delle 5 ore è diverso. Non è teso. È affaticato ma non ha pieghe sulla fronte. Sempre con un mezzo sorriso di felicità per quello che sta facendo. È molto più incline alla battuta con gli altri viaggiatori.

Quasi a cercarla. A voler scambiare 2 parole per distrarsi ed intanto correre.

Incontro, l’ormai di moda, maratoneta scalzo. Poi il maratoneta vestito in maschera, il gruppo urlatore che incita le persone mentre le sorpassa, le una volta signorine che non perdono occasione di dimostrare di avere ancora buone carte da giocare scegliendo completini furbetti, il maratoneta anziano che storto va avanti imperterrito, ed anche il signore in tuta e fascia di spugna. Ci siamo tutti e corriamo.

La distanza inizia ad essere importate, la fila di persone diventa più lunga. C’è più spazio tra uno e l’altro. Si respira e si corre meglio.

Bivio mezza e maratona. Scegliamo maratona e tutto cambia… Il paesaggio è un cazzotto nello stomaco. Ti frena il cervello.

Facciamo finta di nulla aumentando la frequenza delle battute. Non perdo occasione per ricordare tutte le volte che ho dovuto fermarmi a fare “due gocce”, che assicuro essere state tante, per riderci sù.

Questo secondo “vaga e vegna” è infinito, deleterio. Al giro di boa troviamo uno dei tanti gruppi che hanno musicato il tragitto.

Suonano musica un po’ troppo tranquilla per un 30esimo km. Non aiuta. Denti stretti e proseguiamo. Come ipotizzato parliamo molto meno.

34esimo km ed esce il sole. Ce l’abbiamo davanti, batte sulla fronte, la frequenza della falcate diminuisce. Al ristoro, dopo un momento di sconforto per un paio di gambe che non giravano più, decidiamo di fare un po’ di metri camminando. E qui capita una piccola magia.

Narciso ed io mettiamo a disposizione del gruppo il nostro ginocchio che ci resta ancora buono, Annalisa la sua testacccia dura e come una squadra che diventa una cosa sola proseguiamo votando all’unanimità di correre finché non ce n’è proprio più. Penso, e ci giurerei mettendoci la mano sul fuoco, che la cosa che ci ha portato alla fine non sono state le nostre gambe ma la voglia di non deludere il gruppo.

Ma cavolo… Quei seppur pochi chilometri, bisognava comunque correrli.

Caldo, falcata più corta, gambe pesanti. Ormai è primo pomeriggio, la parte più calda della giornata. Passiamo sfiorando le alte siepi delle case per trovare ombra.

Intanto incrociamo runner contenti con la loro medaglia al collo segno che ormai c’eravamo. “Solo ancora 500 metri”, ci urlano.

Vediamo il traguardo, siamo soli, come i primi o come gli ultimi. Il tappeto d’onore è lì.

In lontanza scorgiamo i compagni di squadra della mezza. Sventolano la bandiera tricolore con la scritta “Cavalli Marini”. Alzo il pungno al cielo. “Siiiiiiì”

Ci gasiamo, la fatica non c’è più e le gambe vanno da sole. Sudore e le prime lacrime.

I nostri compagni sono strepitosi. Ci incitano “Dai! Dai! Dai” manco stessimo per infrangere il record del modo.

Che gioia! Li ringraziamo al volo e rubiamo la bandiera.

La sventoliamo per gli ultimi famosi 195 metri fino ad arrivare sotto all’arco.

È fatta e c’è già chi piange a singhiozzo.

Ci abbracciamo tutti e tre felici, esausti e soprattuto orgogliosi di non aver mollato per non deludere l’altro. Ora sapevo qual era il mio obiettivo, raggiunto.

Scritto da |2018-11-12T17:37:32+00:0012 Novembre 2018|News|0 commenti